Collaborazioni
Rambla Papireto
Un antico quartiere della città di Palermo è al centro di un processo di rigenerazione urbana e sociale fondato sul coinvolgimento attivo della comunità locale. Un’analisi a cura di Marialuisa Palumbo.

Pochi minuti a piedi separano il rione Danisinni dalla Cattedrale e dal Palazzo Reale di Palermo. E pochi minuti a piedi separano il quartiere da un altro degli straordinari monumenti della città, la residenza estiva dei re Normanni, il Palazzo della Zisa. Eppure, non solo per i turisti, ma per gli stessi palermitani, Danisinni è un luogo remoto, uno strano “buco” spazio temporale su cui lanciare sguardi furtivi da una macchina in transito verso altre mete. Ad attirare lo sguardo è l’apertura, il diradamento dell’edificato ma anche un evidente sprofondamento: Danisinni è uno spazio ribassato rispetto alla quota di imposta della città, una depressione che, sino al XVI secolo, raccoglieva le acque del fiume Papireto (acque che la leggenda voleva collegate al Nilo visto che, come ci ricorda il nome, anche qui crescevano i papiri). Dopo l’interramento del fiume (come intervento risanatore per il suo inquinamento), Danisinni diventò rapidamente un pezzo di città fuori le mura: un fazzoletto di casupole a uno o due piani cresciute, col disordine armonioso e vitale tipico della città informale, intorno ai terreni fertili di quella che era stata una palude. Oggi Danisinni è ancora lì ma è diventato un pezzo di campagna in città, assediato dall’esterno e dall’interno dall’urbanizzazione cresciuta nei secoli all’esterno delle mura, fermatasi agli Anni ’70, ai margini della depressione, e poi andata a occuparne simbolicamente il centro con un asilo e un consultorio, entrambi chiusi da anni per la presenza di cedimenti dovuti alla natura instabile del terreno.
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